Eseguite nei giorni scorsi riflettografie infrarosse e spettrometrie di riflettanza sul telero dedicato alla
“Nascita della Vergie”
A poco più di una settimana dalla sua conclusione, “Capolavoro per Lecco”, promossa dalla Comunità pastorale e dall’Associazione culturale “Madonna del Rosario”, con la collaborazione del Comune di Lecco e l’apporto delle più importanti istituzioni regionali e di un nutrito “pool” di aziende sostenitrici – diventa l’occasione per un approfondimento di tipo scientifico.
Nella giornata di martedì 24 febbraio, infatti, Gianluca Poldi, docente di Diagnostica dei materiali e delle tecniche esecutive per le superfici dipinte dell’Università di Udine, da anni impegnato nel campo della diagnostica non invasiva su opere d’arte e dipinti con alle spalle una specifica esperienza sulle opere di Giovanni Bellini, ha compiuto una serie di indagini sul telero dedicato alla “Nascita della Vergine”, esposto a Palazzo delle Paure ,in accordo con la Galleria Sabauda di Torino prestatrice dello stesso.

“In passato ho già avuto modo di esaminare le altre due opere esposte: la Madonna Tadini, anni fa, prima del suo ultimo restauro, e la Madonna Malaspina, studiata nel corso del restauro – spiega -. Il telero di Torino esposto a Lecco, così l’altro anch’esso esposto alla Galleria Sabauda, non l’avevo ancora affrontato. Si tratta di un’opera particolarmente interessante perché si ipotizza per la sua realizzazione una collaborazione tra Jacopo Bellini e i due figli Giovanni e Gentile. La diagnostica scientifica può offrire in alcuni casi informazioni che possono essere utili anche per l’attribuzione, soprattutto se esiste un corpus abbastanza vasto di opere certe di quell’artista. Altre volte, grazie alla diagnostica si può visualizzare il disegno sottostante: è così possibile scoprire se, nel disegno, l’artista che ne è stato l’autore ha espresso qualcosa che poi non ha trovato attuazione nel dipinto. Infine, la diagnostica è molto importante per comprendere lo stato di conservazione di un dipinto, anche in funzione del suo restauro”.
In particolare, Gianluca Poldi ha eseguito delle riflettografie infrarosse in due diverse bande spettrali, che hanno permesso di individuare sotto la pittura l’esistenza di un disegno che presenta alcune differenze interessanti rispetto al quadro definitivo. “Il disegno accentuava la lunghezza delle dita di Sant’Anna, che già sono particolarmente affusolate. Inoltre dalla fronte di una delle ancelle era previsto che scendesse una sorta di collana che, nel quadro, non è stata riprodotta”.

Un altro campo particolarmente importante degli studi compiuti da Poldi sul telero di Torino è quello legato ai pigmenti impiegati:
“Grazie alle spettrometrie di riflettanza eseguite in modo puntuale su circa 60 punti del quadro, abbiamo potuto ottenere informazioni sui colori impiegati: gli azzurri, gli incarnati, i rossi e i gialli
– continua Poldi -.
Si ha l’impressione che alcune tinte si siano alterate col tempo: è il caso dei rosa, che oggi appaiono grigiastri utilizzati ad esempio negli abiti delle due donne che stanno facendo il bagno alla piccola Maria. Questo perché, mentre in alcuni casi è stata utilizzata una lacca contenente una cocciniglia europea, come nel caso del manto di Sant’Anna o nel colorito dell’ancella che le porge la tazza, in altri punti al colorante rosso sono state aggiunte piccole quantità di indaco, pigmento non costoso ma raro in pittura a quei tempi, che ha permesso di ottenere una tonalità di rosa più violacea. Di blu indaco eccezionalmente è stato dipinto il manto di una madonna di Gentile Bellini conservata a Berlino”.

Ugualmente interessante l’analisi degli azzurri: “Dalle analisi compiute emerge l’uso di due diversi azzurri: un azzurro della Magna, ossia azzurrite, un carbonato di rame, per ottenere il colore scuro (ormai quasi nero) della coperta di Sant’Anna, su cui risaltano le dorature di gusto ancora tardo gotico dei decori; un altro azzurro, molto più vivo, costituisce il manto di una delle donne sulla sinistra, si tratta di lapislazzuli, il pigmento più costoso dell’epoca, dopo l’oro”.
Ora Poldi si occuperà di effettuare queste stesse analisi anche sull’altro telero custodito a Torino, con lo scopo anche di contribuire a far emergere, dalla comparazione, ulteriori informazioni sul quadro esposto a Lecco e sulle peculiarità tecniche adottate dalla bottega dei Bellini a quelle date.




